
Se guardi una foto di Jeff Wall e conosci già la fama del suo autore ti coglie subito la volontà di saperne di più.
Quella tensione verso la scoperta dei significati che spesso rende l’arte contemporanea così affascinante.
Al contrario, una fotografia di Jeff Wall vista di sfuggita e senza la conoscenza dell’autorevolezza dell’autore potrebbe quasi passare inosservata.
Per capire quello che si nasconde tra queste sensazioni e il vero valore di Jeff Wall bisogna mettere a fuoco i suoi veri obiettivi.
Esistono molti modi per “denunciare” gli atteggiamenti della società moderna.
Si può parlare apertamente della dedizione dell’uomo moderno verso il consumismo oppure gridare allo scandalo raccontando i ritmi delle nostre vite e le prospettive delle nostre aspirazioni.
In cosa ci riconosciamo? Cosa ci rende davvero degli individui realizzati?
Le risposte a domande come queste sono legate da molti anni al sistema economico capitalista che entra nelle nostre vite attraverso il lavoro.
Personalmente preferisco chi, nel voler denunciare qualcosa, mette in luce fatti minori, piccoli dettagli che sebbene meno evidenti riescono a farci capire quanto davvero profondi siano i condizionamenti a cui siamo sottoposti dal mondo esterno.
Jeff Wall rappresenta l’esempio perfetto di chi riesce a raccontare il proprio tempo in un modo indiretto ed elegante attraverso le proprie fotografie.
Jeff Wall e l’attenzione al gesto
Nella sua produzione fotografica Jeff Wall si concentra soprattutto sulla rappresentazione dei gesti.
Questa intenzione è però lontana dalla celebrazione del “gesto memorabile” come vorrebbe la fotografia dell’istante decisivo che ha in Henri Cartier-Bresson il suo esponente più rilevante.
Jeff Wall studia il gesto in senso generico e lo intende come un’azione dell’uomo che proietta un significato convenzionalizzato, qualsiasi esso sia.
Non è il contenuto di questo significato che interessa il fotografo ma il modo in cui viene espresso.
Secondo Wall, ed è qui la sua forma di denuncia,oggi non siamo più in grado di rappresentare
quei gesti pienamente realizzati e teatrali che erano tipici dell’arte premoderna.
Scene vibranti di energia e voluttà sono infatti caratteristiche di buona parte dell’arte barocca ma di sicuro non appartengono più al nostro immaginario.
I soggetti di quelle scene erano personaggi che non vivevano ancora in un mondo meccanizzato: noi oggi siamo i gestori delle macchine e delle stesse macchine abbiamo paura.
I gesti congeniali a questo nuovo ambiente sono caratterizzati da più efficienti reazioni involontarie e automatiche, delle semplici emissioni di energia biomeccanica.
La sensualità e l’energia della gestualità barocca e premoderna non sono più opportune e sono sostituite da una timidezza espressiva.
E poiché il gesto moderno è più nascosto, Jeff Wall lo evidenzia con l’utilizzo del grande formato e della tecnica del lightbox.
Il Lightbox consiste nel retroilluminare le fotografie che vengono stampate su una superficie trasparente.
E’ come se amplificasse attraverso le grandi dimensioni e questa ondata di luce i dettagli e le timide intenzioni dei gesti rappresentati.

Jeff Wall e la messa in scena
La caratteristica più importante delle fotografie di Jeff Wall è che si tratta sempre di messe in scena.
«Se vedo qualcosa per strada io non lo fotografo. Posso osservare, oppure andare
a caccia di qualcosa, senza però fotografarlo. Così l’evento reale scompare come
una fotografia, svanisce come una potenziale fotografia»Jeff Wall, 2010
Per riprodurre questi gesti involontari, testimonianza di una complessità umana ormai spogliata dal suo significato, Wall si affida dunque al filtro della memoria e alla rappresentazione in differita.
La perizia con cui avvengono le ricostruzioni è talmente alta da conferire alle foto una sensazione di naturalezza, come se si trattasse di situazioni colte mentre accadono.
Jeff Wall definisce questo suo approccio “near documentary photography” oppure “cinematografia“.
Tutte le fotografie nell’archivio di Wall sono infatti catalogate come fotografia documentaria o fotografia cinematografica.
Ricostruendole, Jeff Wall rimodella liberamente le esperienze reali attraverso criteri diversi da quelli del reportage tradizionale.
La mia ammirazione per Jeff Wall e per la sua enorme conoscenza delle arti figurative in generale sono tali che non ho la minima ambizione di scrivere un articolo di critica sulle sue fotografie.
Fortunatamente Wall ha scritto molto di fotografia e soprattutto spesso si è trovato a commentare e discutere delle sue opere.
Un libro fondamentale per capire la fotografia di Jeff Wall ma soprattutto per comprendere la grandezza della sua cultura è Gestus – Scritti sulla fotografia e sull’arte.
Quelle che riporto di seguito sono alcune delle sue fotografie in cui si descrivono soprattutto le motivazioni che hanno portato l’autore a realizzarle.
Come vedrete spesso si tratta di semplici spunti da cui possiamo imparare che le occasioni per fare fotografia sono davvero tante e che non per forza devono coincidere con eventi importanti o messe in scena spettacolari.
Jeff Wall : Mimic (1982)

L’uomo al centro della foto porta la mano sul suo occhio destro per mimare gli occhi a mandorla degli asiatici.
Il gesto rappresentato ha a che fare con il razzismo ma è un qualcosa di rapido, automatico, istantaneo, inconsapevole a tutti i soggetti della foto.
Chi compie quel gesto lo fa in un modo quasi involontario.
E’ lui “il cattivo” della foto anche se Wall non vuole porre l’accento su alcuna dinamica interna alla scena.
Piuttosto cerca di lasciare sospeso il “fatto razziale” in modo che lo spettatore non possa spiegarselo con troppa facilità.
Cosa avrà dato lo spunto a Jeff Wall per scattare questa fotografia? Di sicuro l’aver visto una scena del genere per strada.
La distanza temporale e l’occasione della ricostruzione gli ha dato modo di costruire quella giusta distanza dall’evento e dal gesto ritratto, che non sarebbero stati possibili in un approccio in presa diretta.
E questo vale anche per tutte le fotografie che seguono e, in generale, per tutta la sua produzione.
Jeff Wall : Event (2021)

Abbiamo visto che spesso le scene raffigurate nelle fotografie di Jeff Wall sono dei ricordi di situazioni realmente vissute dal fotografo.
Nel caso di “Event” possiamo immaginare che Wall abbia voluto ricostruire “quella volta” che ha visto due uomini alle prese con una disputa personale.
A detta dello stesso fotografo questo è vero ma della scena originale è sopravvissuto soltanto il gesto registrato, lasciando alla libera interpretazione di Wall tutto il resto.
A cominciare dall’ambientazione.
Il luogo della scena originale non assomigliava a quello poi ricostruito, sia perché non era particolarmente interessante, sia perché ricordava al fotografo l’ambientazione di un lavoro già realizzato.
Due buoni motivi per immaginarsene un’altra completamente diversa: un luogo appartato di un evento a cui i due protagonisti stanno partecipando.
Nella sua libertà di ricostruire Jeff Wall cambia i connotati anche ai due protagonisti: li fa vestire in modo molto simile e li rende coetanei.
Questo effetto speculare è un’altra caratteristica non presente nella scena originale.
Il puntare il dito a toccare il petto dell’altro, quasi a lanciare una sfida, potrebbe essere il preludio a qualcosa di fisico e rende il gesto molto drammatico.
Secondo Wall questi sono tematiche più interessanti rispetto a quanto visto nella realtà e questa libertà è data unicamente dal suo approccio alla ricostruzione.
Che gli ha permesso anche di inventare un’ambientazione in cui poter effettuare una composizione cromatica che nella scena originale non era così interessante.
Jeff Wall: Sunseeker, 2021

Jeff Wall ha visto questa scena nella realtà ma ha lasciato che restasse un’impressione vaga e fugace.
Ricorda di aver visto una donna prendere il sole sul tetto di un auto, lui stava guidando la sua macchina e non sentì la necessità di tornare indietro e fissare più dettagli.
Le ha cambiato i vestiti e non ci sono motivi per pensare che lo sfondo ricostruito fosse simile a quello presente nel luogo dell’auto parcheggiata della donna.
Ricorda ancora Wall l’occasione che lo portò a voler riprodurre quell’immagine che era nella sua memoria.
Un giorno era stato un paio d’ore a lavorare in un magazzino dove erano presenti alcune delle sue fotografie e aveva iniziato ad avvertire freddo.
Appena uscito dal magazzino ebbe la necessità di recuperare calore fermandosi al sole.
Un gesto automatico e involontario, legato nella sua necessità di recuperare calore attraverso l’esposizione al sole a quello della donna sul tetto della sua auto.
Una necessità fondamentale a cui spesso siamo richiamati e a cui senza prestare troppa attenzione ci rimettiamo con naturalezza.
Quel giorno, la sensazione di freddo avvertita uscendo dal magazzino climatizzato ha richiamato in Jeff Wall il ricordo di quella donna.
Questa è una foto sulla necessità basilare che hanno gli esseri umani di trattenere il calore del sole.
Jeff Wall : A woman with a necklace (2021)

Nella produzione di Jeff Wall capita spesso di trovare fotografie in bianco e nero.
Questo perché il fotografo vuole che il suo repertorio contenga più tecniche possibili e soprattutto perché il bianco e nero possiede interessanti motivazioni compositive.
Come nel caso di “A woman with a necklace” in cui l’assenza del colore è utilizzata per mantenere l’attenzione sul gesto della donna e sullo scintillio della sua collana.
Questa volta è un gesto di contemplazione a caratterizzare la foto e il centro di tutto è la collana inondata dalla luce delle grandi finestre sullo sfondo.
Come al solito la storia della foto non è evidente, ci sono tante sospensioni di significato.
La collana tanto ammirata, appartiene alla donna?
E la donna si trova a casa sua o in un ambiente meno familiare?
Si vede bene in questa foto il gesto non pienamente realizzato, è una contemplazione quasi pigra e svogliata.
E ricordiamo che è questa perdita di teatralità e di pienezza dell’era moderna che Jeff Wall vuole rappresentare in fotografie di questo tipo.
Actor in two roles (2020)

In Actor in two roles Jeff Wall non vuole rappresentare un gesto, piuttosto raccontare la condizione a cui è costretto un attore nell’interpretare di continuo ruoli molto diversi tra loro.
Come al solito, per la realizzazione di questo dittico non ha fotografato due “vere” rappresentazioni teatrali ma le ha ricostruite in funzione dei suoi scopi.
E si trattava di due opere teatrali molto diverse tra di loro in cui è presente una stessa attrice.
La plausibilità della messa in scena è da sempre uno degli aspetti più importanti della fotografia di Jeff Wall e a fare da contraltare all’apparente facilità di fotografare set artificiali c’è una ricostruzione dei set quasi maniacale.
Le sue opere vibrano sempre su una linea di indeterminazione sul confine tra reale e artificiale.

Per la realizzazione di “Actor in two roles” Jeff Wall stabilisce subito alcune caratteristiche fondamentali.
Prima di tutto non voleva che l’attore in questione fosse famoso e quindi la rappresentazione sarebbe dovuta avvenire in piccoli teatri.
E per far questo ha deciso di esplorare un circuito di piccole sale presenti nella zona di Hollywood lontane dal mainstream e di circa 50 – 60 posti.
L’altro aspetto era che la produzione doveva essere conseguente alla grandezza del teatro: nessuna costosa rappresentazione classica ma temi minori e più moderni.
Gli attori utilizzati per gli scatti sono stati selezionati tramite dei casting e anche i set sono stati realizzati dagli stessi tecnici di quei teatri.
E’ stato lo stesso Jeff Wall infine a documentarsi sui titoli delle rappresentazioni più idonee da rappresentare in realtà come quelle.

Infine, a conferire unità alla composizione del dittico, ci pensa l’angolo con cui è ripresa la linea frontale dei due palchi, che si unisce laddove si uniscono le cornici dei due quadri e ne impone l’ordine con cui devono essere esposti.
A rendere la sensazione della grandezza limitata dei palchi ci pensano poi le teste degli spettatori che si scorgono in primo piano.
La mutazione a cui deve sottoporsi un attore durante il proprio lavoro richiama l’effetto di somiglianza che è uno degli aspetti trattato da Wall in un altro dittico.
Un attore fa di tutto per non assomigliare mai a se stesso nell’interpretazione di ruoli differenti.
In pair of interiors si gioca invece sulla somiglianza di persone differenti a cui Jeff Wall fa interpretare lo stesso ruolo.
Pair of interiors (2018)

Le due fotografie che compongono quest’altro dittico sono state scattate nel salotto della casa dello stesso Jeff Wall.
La macchina fotografica è stata posta tra i due divano presenti al centro della stanza e spostata di 90 gradi tra uno scatto e l’altro.
Per Wall è sicuramente uno studio di un ambiente a lui familiare ma quello che vuole rappresentare, come già detto, è l’associazione di somiglianza che spesso avvertiamo nei confronti di persone che incrociamo per strada.

Quella sensazione che ti porta ad associare una persona a qualcun’altra viene qui tradotta rappresentando due coppie che si assomigliano in due fotografie in cui svolgono azioni simili.
Le svolgono in una stessa stanza, con gli stessi vestiti e potrebbe trattarsi tranquillamente anche della stessa serata.
Il fatto che ci troviamo a casa dello stesso Jeff Wall inserisce una nota auto biografica che fa scaturire altre considerazioni.
Ad esempio, il chiedersi se conosci davvero la persona con cui vivi da tanto tempo si trasferisce in questo dittico “sostituendo” quella persona con altre simili.

Conclusioni
Vorrei che alla fine di questo post ti restino sostanzialmente due cose :
- la conoscenza di Jeff Wall, uno dei più grandi fotografi viventi e il suo modo molto originale di intendere la fotografia;
- la possibilità di realizzare fotografie seguendo dei percorsi mentali non tradizionali, che può dare maggiori opportunità ai tuoi contenuti.
Pensi che fare fotografie partendo da piccole osservazioni della realtà possa essere un modo a te congeniale?
Non c’è modo migliore che provare lasciandoti ispirare dalle grandi foto di Jeff Wall.

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