
Se vuoi scoprire un modo fuori dagli schemi di fare fotografia, allora devi conoscere il fantastico mondo di William Klein.
Anticonformista e vorace fruitore di qualsiasi forma d’arte, Klein ha nutrito il suo talento con le opere di altri grandi autori durante i lunghi pomeriggi passati al MOMA nella sua città natale, New York.
Prima di arrivare alla fotografia sperimenterà la pittura per approdare infine alla sua più grande passione : il cinema.
Soprattutto all’inizio della sua carriera, molti definirono le sue fotografie “sbagliate”.
Ma che cos’è un errore se non la misura della differenza di qualcosa rispetto ad un sistema di regole?
A William Klein deve andare il merito di aver ridefinito i confini della fotografia d’autore.
Sarà anche fotografo di moda ma soprattutto uno dei più grandi rappresentanti della Street Photography, con un approccio molto diverso rispetto a quelli che erano i canoni dell’epoca.
Henri Cartier-Bresson rappresenta il suo perfetto antagonista per la pulizia dello stile, la lunghezza focale degli obiettivi utilizzati, il non rivelarsi mai ai soggetti delle sue foto.
Per capire la fotografia di William Klein è necessario analizzare le sue foto con attenzione : ci accorgeremo che dietro un apparente disordine si nasconde una sensibilità fuori dal comune.
Impareremo più da quest’analisi che da qualsiasi libro o corso sulla fotografia.
Sei pronto?
Cominciamo
William Klein e il grandangolo : una questione di stile
Il primo grande lavoro fotografico di William Klein è un libro su New York.
Quando dopo il suo periodo parigino ritorna nella sua città natale, la trova talmente cambiata da voler realizzare un diario fotografico.
Quello che vuole esprimere è l’energia della città, la sporcizia delle strade, il chiasso dei bambini, la follia pura dei newyorchesi.
Una tecnica fotografica convenzionale non sarebbe stata adeguata : William Klein allora sgrana, contrasta, gioca con le sfocature e maltratta i negativi per restituire l’impressione di tutta quella gioiosa confusione.
Un perfetto esempio di come la tecnica stessa può entrare a far parte del significato.
Nella fotografia mi interessava lasciare andare la macchina, correre rischi, esplorare le possibilità della pellicola, della carta, stampare in modi diversi, giocare con le esposizioni, con la composizione e gli incidenti .
William Klein
Una delle caratteristiche stilistiche più particolare di Klein è l’utilizzo del grandangolo.
Lo scopo primario di questa scelta è conferire immersività alle fotografie e far sentire lo spettatore dentro la scena.
Scatto la foto del Primo Maggio a Mosca. Con un 50mm incastrato tra la sfilata e il marciapiede avrei potuto inquadrare solo la vecchietta al centro. Ma quello che volevo era l’intero gruppo: i tartari, gli armeni, gli ucraini, i russi, un’immagine dell’impero che circondava un’anziana signora su un marciapiede mentre passava una parata.

Torneremo tra un po’ su questa foto ma per il momento concentriamoci su quanto ci sentiamo vicini ai suoi numerosi protagonisti.
Lo so che sei vicino: è una questione di prospettiva.
Scattare con un grandangolo non solo permette di comprendere nell’inquadratura una scena più ampia ma riesce a trasmettere una maggiore sensazione di vicinanza al soggetto.
Prendiamo queste due foto :
Il soggetto ha la stessa grandezza all’interno dell’inquadratura.
Per ottenere questo risultato, il fotografo con il 24 mm ha dovuto posizionarsi più vicino rispetto a quello con il 50mm.
Il nostro cervello lo sa che per ottenere quel tipo di prospettiva dello sfondo è necessario andare più vicino alla statua e questo non perché faccia dei ragionamenti razionali ma perché ha maturato una certa abitudine dello sguardo.
Mi spiego meglio.
L’uomo moderno vede tantissime fotografie nella sua vita e inconsciamente trae delle conclusioni.
Ad esempio, si sa che quando viene fotografato un calciatore durante un’azione, il fotografo non può che essere lontano dai giocatori.
Lo sappiamo perché abbiamo visto mille volte i fotografi a bordo campo.

E quindi abbiamo associato a foto di quel tipo, sfondi con una determinata prospettiva: molto vicini e appiattiti verso il soggetto in primo piano, sempre sfocati.
Se c’è uno sfondo di quel tipo, allora il fotografo è lontano.
Nella foto della parata del Primo Maggio a Mosca, notiamo uno sfondo perfettamente a fuoco, con una certa profondità e vari livelli.
Da cui deduciamo che William Klein era vicino mentre scattava la foto : le foto fatte da lontano hanno una prospettiva diversa.
Se c’è uno sfondo di quel tipo, allora il fotografo è vicino.
Restituire il senso del luogo – Diari delle città
I lavori fotografici più importanti di Klein sono dei diari visuali di alcune delle più grandi capitali del mondo.
Si tratta di visite dovute a collaborazioni con altri artisti (come nel caso di Fellini a Roma) oppure di ritorni in luoghi dell’anima come nel caso di New York, immortalata al ritorno dal suo periodo francese.
Ecco la lista di quelle città e gli di pubblicazione dei libri a loro riferiti :
New York – 1956
Roma – 1958
Mosca – 1961
Tokyo – 1964
Parigi – 2002
Quello che voleva fare William Klein era restituire il senso del luogo attraverso le fotografie.
Ma non soltanto attraverso i contenuti : la sua grande cifra è stata proprio restituire le vibrazioni di quelle città anche attraverso lo stile e, addirittura, l’impaginazione.
Infatti, mentre Klein scattava le sue foto, pensava già a quale sarebbe stato il loro posto nel libro.
Una delle vicende più emblematiche è legata proprio al libro su New York, di cui abbiamo già parlato. Racconta Klein:
Non riuscivo a trovare un editore americano per le mie immagini di New York… Tutti quelli a cui mostravo le foto esclamavano :” Questa non è New York, troppo brutta, troppo squallida e troppo unilaterale” dicevano anche : “Questa non è fotografia, questa è merda!“.
E infatti, a pubblicare il libro dal titolo “Life is good & good for you in New York” fu una casa editrice francese nel 1956.
Il “riconoscimento” del valore di quelle immagini da parte degli americani avvenne solo nel 1995 con la pubblicazione di una nuova versione di quel libro dal titolo “New York 1954-55“.
Ma anche a distanza di 40 anni dalla prima pubblicazione, gli americani continuano a non capire Klein.
Infatti la nuova versione pubblicata nel 1955 stravolge completamente l’impaginazione della versione originale.
L’energia di New York era rappresentata non solo dalla vicinanza dei soggetti e dallo stile anticonformista ma anche da formati diversi quasi ogni pagina, da fotografie composte tra loro e da immagini distorte.
Sotto un video in cui viene “sfogliato” tutto “Life is good & good for you in New York”.
La versione di “New York 1954-55” del 1995, pur restituendoci tutte le immagini del libro originale, le rappresenta banalmente a tutta pagina.
William Klein e “La camera chiara” di Roland Barthes
Uno dei criteri per giudicare un artista, oltre all’analisi della sua opera, è la grandezza dei critici che si sono occupati di lui.
Un grande studioso non troverà in un artista mediocre abbastanza profondità da ritenere la sua opera degna di discussione.
Come già fatto per Robert Mapplethorpe, non possiamo allora non sottolineare le citazioni di William Klein contenute ne “La camera chiara” di Roland Barthes, uno dei testi fondamentali che chiunque si occupi di fotografia dovrebbe conoscere.
La camera chiara – Rolan Barthes

Barthes cita Klein la prima volta a proposito della sua capacità di restituzione del senso del luogo fotografato, parlando della capacità di informare propria della fotografia.
Secondo Barthes sono due le caratteristiche fondamentali che possono entrare a far parte di una fotografia : lo studium e il punctum.
Lo studium è l’aspetto puramente razionale e corrisponde alla capacità dell’osservatore di riconoscere informazioni che conosce già o che vede per la prima volta.
E’ legato alla capacità di suscitare interesse in chi osserva. Si tratta però di un interesse “piano”, lontano dall’emozione.

Ecco cosa scrive Barthes in relazione alla foto della parata del Primo Maggio a Mosca :
Il fotografo m’informa su come vestono i Russi: io noto il grosso berretto a visiera di un ragazzo, la cravatta d’un altro, la sciarpa della vecchia, il taglio di capelli d’un adolescente…
Il puncutm appartiene invece alla sfera dell’irrazionale e riguarda un particolare che ci colpisce di solito per il suo essere fuori posto.
Non sono io che vado in cerca di lui ma è lui che, partendo dalla scena, come una freccia, mi trafigge. Io sono attratto da un “particolare”. Io sento che la sua sola presenza modifica la mia lettura, che quella che sto guardando è una nuova foto, contrassegnata ai miei occhi da un valore superiore.
Roland Barthes da “La camera chiara”
Ecco un’altra foto di William Klein che Barthes cita nella camera chiara

[…] Tuttavia, il punctum non si cura della morale o del buon gusto; il punctum può essere maleducato. William Klein ha fotografato i monelli d’un quartiere italiano di New York (1954); è commovente, divertente, ma ciò che io vedo con ostinazione, sono i denti brutti del ragazzino.
E io aggiungo, anche il suo sguardo un po’ strabico…
Il fotografo “visibile”
I soggetti della foto appena che abbiamo appena visto sono consapevoli della presenza del fotografo.
Spesso la Street Photography rappresenta la narrazione sincera della vita di una città e per questo non è frequente che il fotografo si faccia vedere o addirittura interagisca con i soggetti.
William Klein ha spesso infranto anche questa regola (tanto cara a Cartier-Bresson).
Era convinto che provocare una reazione portava le persone a fare cose che non avresti mai potuto immaginare.
In ogni caso, molto spesso le persone hanno fatto cose che non avrei potuto organizzare o immaginare. Una madre punta una pistola giocattolo alla tempia del suo bambino. Forse le ho chiesto di farlo, onestamente non ricordo. Ma diciamo che l’ho fatto, per qualche ispirazione perversa. Allo stesso tempo, però, tiene la mano del bambino nel modo più tenero e commovente.
William Klein
Inoltre secondo Klein, le reazioni delle persone mostrano meno il fotografo, e più il soggetto stesso.
Piuttosto che cogliere le persone alla sprovvista, lascio loro mostrare il volto che vogliono mostrare . Non in posa, colti inconsapevolmente, potrebbero rivelare espressioni ambigue, sopracciglia aggrottate in una vaga contemplazione interiore, illeggibili, forse prive di significato. Perché non dare al soggetto la possibilità di rivelare il suo atteggiamento nei confronti della vita, del prossimo, perfino del fotografo? Per me sono valide entrambe le modalità.
William Klein
Una delle fotografie più famose di William Klein è questa :

Potrebbe sembrare una foto che ritrae un momento della dura vita di strada dei ragazzi newyorchesi degli anni 50.
La nostra attenzione è attirata dall’aria minacciosa del ragazzo con la pistola mentre il suo amico sembra stia cercando di impedirgli di sparare.
Invece questa foto è il risultato della reazione del bambino al fotografo che gli dice: “Fai il duro!”.
Ne è prova il negativo successivo che ritrae lo stesso bambino che ride con i suoi amici, divertito dall’avere in mano una pistola.

William Klein : stile libero
Nel 1955 si tenne a New York un ricevimento di beneficienza dal nome Charity Ball.
Vi parteciparono molti personaggi importanti della politica e dello spettacolo e, come accade sempre in questi casi, le riviste più importanti vollero essere presenti con i loro fotografi.
Harper’s Bazaar diede a Robert Frank l’incarico di testimoniare l’evento mentre Vogue si affidò al nostro William Klein.
La differenza nel modo in cui i due fotografi hanno interpretato l’evento ci restituisce ancora una volta l’originalità di William Klein.
Infatti, tra i due, Robert Frank sembra seguire più un approccio tradizionale, molto documentaristico e in cui il fotografo scompare, quasi timoroso di non disturbare gli invitati alla festa.
Foto eleganti ma che non fanno altro che informarci sui partecipanti della festa, come erano vestiti, quale era il livello di eleganza delle signore, ecc.

Nelle foto di William Klein gli invitati alla festa si trasformano in macchie di bianco e nero.
Come fatto per le foto in strada, lo stile e la tecnica sono al servizio dell’energia che si vuole trasmettere.

Si perdono informazioni pratiche ma si può quasi sentire il chiasso di fondo, probabilmente c’era della musica, la tensione delle conversazioni.
Il coraggio di interpretare in un modo così fuori dagli schemi l’incarico ufficiale di una rivista come Vogue, rende bene l’dea della libertà espressiva propria di questo grande autore.
Conclusioni
Vediamo cosa abbiamo imparato da questo post su William Klein :
- E’ possibile fare fotografia contravvenendo alle regole tradizionali, ma per far questo è necessario aver maturato un proprio universo artistico con dei valori originali;
- la street photography è un genere che non si presta a seguire format prestabiliti, proprio in virtù della libertà che rappresenta e abbiamo visto diversi modi per interpretarla in modo creativo;
- non bisogna mai farsi influenzare dai giudizi degli altri e fare le fotografie che ci assomigliano di più. Le rivalutazioni di un lavoro possono arrivare anche dopo quarant’anni…
E tu, cosa di porti a casa dopo aver conosciuto questo grande autore?








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